Dopo l’uscita del primo lavoro, ci si domandava se con l’uscita del nuovo album, il terzetto londinese sarebbe riuscito a confermare il suo talento. Forse l’austerità e la seriosità che mostrano all’esterno altro non rappresentano che il riflesso della loro concentrazione e della loro dedizione.

Attitudini che confluiscono nei loro pezzi: languida fermezza, malinconica solennità, pause e vuoti sapientemente dosati e quel senso di piacevole tristallegria che ti rimane dentro quando hai appena ascoltato qualcosa di grande. Perché, parliamoci chiaro, “Coexist” è un album grandioso. Piuttosto i nostri qui hanno proceduto per sottrazione al già molto scarno omonimo primo disco, guadagnandone in solidità e rifinitura del loro sound.

Rifinitura ed evoluzione: lo avevano annunciato anche un anno fa, che questo secondo lavoro sarebbe stato maggiormente influenzato da atmosfere da club. E in effetti, Jamie Smith, (al lavoro anche con Adele e Florence and the Machine, passando per il disco di remix “We’re New Here” dell’ultimo Gil Scott Heron) si conferma produttore di qualità sopraffina, riuscendo a rivestire le tenui melodie vocali di Oliver e Romy di una veste ancor più minimalista e a conferire al tutto pulsioni clubbing.

Meno concessioni alla melodia catchy, alla melodia cristallina che rimane in testa al primo ascolto (niente più “VCR”, “Islands” o “Crystalized”), molte molte di più al ritmo, all’atmosfera e alla compattezza. Con una ricerca e una cura dei dettagli che ascolto dopo ascolto si rendono sempre più evidenti.

E allora “Chained” si muove obliquamente su un impianto ritmico dubstep, in “Fiction” Oliver si impadronisce del microfono alzando finalmente un po’ il tono, “Reunion” vive di intimismo ai massimi livelli interrotto da un’elettronica nebulizzata che prende man mano corpo fino a farsi classico intermezzo Burial. Per la verità, l’ombra di William Bevan fa capolino spesso: negli echi di “Missing”, nella sospensione di “Sunset”, nella stessa “Chained” prima citata.

In “Swept Away”, poi, i tre sparano tutte le proprie cartucce: ritmi club, deep house e soul, chiudendo con una svirgolata di pianoforte. Ad “Our Song”, palpito di cuore in risveglio su solito testo malinconico, è affidato il congedo di un album splendido.

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